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In un’Italia spesso smemorata, sento il bisogno anch’io di non dimenticare l’orrore di cui l’umanità si è macchiata durante la Seconda Guerra Mondiale con la complicità di tanti che si sono arresi alla logica aberrante dello sterminio.


Una furia assassina che non ammette distrazioni, che ha visto milioni di persone, in prima fila bambini e donne, caricati sui treni della morte e trasportati nei campi di concentramento per la feroce eliminazione fisica dietro alla quale si celava il disegno perverso di sopprimere un popolo intero. A corredo leggi infami e punitive, l’espulsione dei fanciulli dalle scuole, la chiusura dei negozi, la vile caccia all’uomo, la discriminazione sociale, un atteggiamento distante anni luce da quella propensione alla convivenza tra culture differenti che si andava pian piano affermando nella civiltà occidentale. Nonostante l’immane tragedia di tanti anni fa

qualcuno ancora si gira dall’altra parte, banalizza, fa paragoni, perfino polemizza ma, più spesso, si trincera dietro la più comoda omissione.

Appartengo a un mondo che ha frantumato con coraggio e forza le indigeribili novelle sulla ‘fandonia di Auschwitz’, il negazionismo più becero e fazioso, dopo averlo subito per decenni ed essersene vergognato.

Non ho mai fatto abiure, solo perché questa pagina

buia del novecento mi è parsa tale fin da ragazzo e non ho mai avuto indulgenza né tantomeno attrazione verso chi, da destra, aveva la sfrontatezza di rivendicarla, di nasconderla o di minimizzarla. Quelli erano i miei nemici dichiarati, capitanati da taluni ex colonnelli a loro volta guidati da Fini, l’uomo che dichiarò prima Mussolini più grande statista del secolo e poi, pochi anni dopo, andò a Gerusalemme con la kippah a dichiarare il fascismo ‘male assoluto’. Piccoli opportunismi da circuito mediatico privi di quella necessaria dose di macerazione spirituale che rende autentiche le svolte.

Anni prima rispetto alla nascita di An un fiume di ragazzi e militanti, attraversando il cimitero monumentale del Verano in ricordo dei propri martiri, iniziavano a fare sosta con lo sguardo fiero davanti all’immenso muro degli ebrei romani rastrellati e deportati nei campi di concentramento. Italiani incolpevoli, alcuni ebrei e fascisti, colpiti dall’ignominia delle leggi razziali del 1938. Non convegni tra intellettuali né sortite mediatiche per rifarsi una verginità, ma una marcia silenziosa e gratuita di persone impegnate politicamente a destra che si sarebbe riprodotta ogni anno. La bellezza di un gesto profondo e assoluto, che ribadiva il ripudio per ogni forma di genocidio e tracciava il solco al di là del quale si sarebbe compiuta la propria storia, avrebbe preso forma la propria identità.

Non abbiamo avuto bisogno neppure di governare Roma per diventare d’improvviso amici della Comunità ebraica. Nessun interesse, solo il desiderio del giusto.

La pagina più orribile della storia italiana veniva cosi scritta, molti gerarchi fanatici gioirono per la definitiva osmosi con Hitler, molti altri capirono che era l’inizio della fine ma restarono in silenzio, un manipolo di coraggiosi obiettarono e vennero emarginati, molti altri accantonarono la fede politica e si dedicarono a salvare vite, di nascosto, quante più gli fossero possibili. Un nome su tutti: Giorgio Perlasca, la cui storia commovente viene riesumata negli anni ’80 da alcune donne ungheresi che lo cercarono per il mondo con il nome di Jorge Perlasca, fantomatico diplomatico spagnolo che si avvalse della sua finta carica per impedire la deportazione di migliaia di ebrei. Oggi 10mila alberi di una foresta che porta il suo nome campeggiano in Israele. Giusto per le Nazioni.

L’Europa, nonostante il coraggio di tanti eretici e temerari combattenti, ha rischiato di trasformarsi nel grande cimitero della libertà, dove al posto della croce e della pietà, svettava no le bandiere del totalitarismo, del razzismo, della furia ideologica e del suo messaggio di conquista. È un dato con cui ogni generazione e ogni cultura politica devono fare i conti, per non lasciare spazio all’oblio e per conciliare sempre e comunque i valori cui ci si ispira con il primato della vita è della libertà.

Perché la libertà non è eterna e, come l’amore, va coltivata, difesa, alimentata, incarnata affinché chiunque provi a strapparla trovi sempre di fronte a sé un esercito di valorosi a contrastarlo.

Nonostante la sua imperfezione, è questo il ‘posto’ dove vogliamo continuare a vivere: scegliendo di essere donne e uomini liberi, anche quando libertà significa sopportare bestemmiatori di immagini sacre appartenenti a qualunque religione, l’insopportabile gusto per l’offesa di Dio, anche quando significa rischiare l’infiltrazione di fanatici e terroristi, assassini dediti a una violenza simile – per disprezzo della vita – a quella che animò le pagine più orribili della seconda guerra.

Nella giornata della memoria, il ricordo va a chi non ce l’ha fatta, a chi ha patito pene indicibili, nello spirito e nel corpo, senza aver fatto nulla per meritarle.

Ma va anche a quegli italiani giusti, eroi due volte, che salvarono migliaia di ebrei dalla deportazione e dalla morte. In un’Europa devastata dalla guerra e dall’odio qualcuno disse ‘no’.

Gente come noi.

Davanti alla violenza, diciamo sempre ‘no’, per consegnare ai nostri figli l’immagine di un mondo che sia il riflesso di Dio. A sua immagine e somiglianza.

Ogni passo un’impronta, questa la mia, questa la nostra.

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