C’era una volta è la frase di inizio di tutti i racconti, per questo alcuni tra i film più famosi di Sergio Leone si intitolano così. Come la sua vita, sono racconti di imprese memorabili e eroiche. “C’era una volta il west”, “C’era una volta in America” sono narrazioni poetiche di gesta leggendarie.
C’era una volta Sergio Leone è anche il titolo della mostra all’Ara Pacis che si è aperta a Roma il 17 dicembre scorso per rendere omaggio al regista romano che ha cambiato per sempre la storia del cinema americano per eccellenza: il western.
Leone nasce nel 1929 dal regista del cinema muto, Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti e dall’attrice Edvige Valcaregni, in arte Bice Waleran.
Cresce a Roma, a Trastevere, in viale Glorioso, collegato da una lunga scalinata al quartiere Monteverde, sulla quale Leone e i suoi amici giocano e tirano sassi ai ragazzi del quartiere limitrofo.
“Qui ho vissuto come in un’arena. Dalla scalinata che chiude la strada venivamo giù a toboga con dei pannelli di legno. Era la nostra via Pal“ racconta Leone che sognò per tutta la vita di fare un film dal titolo “ Viale Glorioso” per raccontare le scorribande della sua infanzia.
Se è vero che guardare dietro la macchina da presa priva il cinema della sua magia, nel caso di Leone l’illusione che appare davanti alla cinepresa non svanisce se ci si sposta nel retro, perché il cinema è la sua vita e la sua vita è il cinema.
Da ragazzo frequenta Cinecittà e i colleghi dei genitori: Mario Bonnard, Carmine Gallone, Alessandro Blasetti.
Giovanissimo fa l’aiuto regista per Steno, Fabrizi, Soldati, Zinnemann, Aldrich.
Nel 1947, mentre ancora frequenta il liceo, lavora come assistente di Vittorio De Sica in “Ladri di biciclette “.
I primi film che vede da bambino segnano indelebilmente la sua immaginazione: “Ombre rosse” di John Ford, “Gli angeli con la faccia sporca” di Michael Curtiz, “ Tempi moderni” di Charlie Chaplin, il mito americano di Hollywood diventa la sua stella polare.
Ma viene suggestionato anche dalla letteratura americana: Hemingway, Scott Fitzgerald, Dos Passos.
Nel 1964 esce il suo primo film “Per un pugno di dollari” in cui adotta lo pseudonimo di Bob Robertson, ovvero figlio di Roberto, in omaggio a suo padre. Il film, snobbato dalla critica, ha un enorme successo tra il pubblico e lancia Clint Eastwood nel firmamento delle stelle del cinema.
Leone opera una rivoluzione epocale nel genere western: elimina i caratteri idealizzati e stereotipati, i suoi personaggi sono cattivi, passionali, amorali, poveri, rozzi. Appaiono sporchi, con la barba incolta, trasandati. Henry Fonda, Claudia Cardinale, Clint Eastwood, Charles Bronson, Gian Maria Volonté usano un linguaggio scarno, poche frasi di grande effetto e parlano soprattutto con le espressioni del viso. In ciò Leone porta con se’ l’eredità del cinema muto dei genitori e affida alla musica di Ennio Morricone i veri dialoghi dei personaggi e il fluire delle loro emozioni. Compagni di scuola alle elementari, si ritrovano anni dopo e iniziano la collaborazione professionale più felice della storia del cinema. Non si può immaginare Sergio Leone senza Ennio Morricone.

Nei suoi film Sergio Leone traspone le sue conoscenze letterarie, la passione per la pittura, il fascino per il Giappone, i personaggi di Cervantes, gli eroi dell’Iliade. Le scene dei suoi film sembrano quadri e tendono a riprodurre dipinti celebri: in “C’era una volta in America” la scena in cui Deborah balla riproduce il dipinto “ Chasse de dance” di Degas; i repentini cambiamenti di piani si ispirano a De Chirico. La sua cultura classica gli fa dire:” Il più grande scrittore western è stato e sarà sempre Omero.”
Nel 1967 dirige “C’era una volta il West” che racconta la fine del vecchio West.
Leone gioca con il tempo, dilatando le immagini, sperimentando tutte le possibilità dell’inquadratura e scopre infinite variazioni, spingendosi in ambiti fino a allora inesplorati.
Subito dopo si dedica alla realizzazione di quello che diventerà il suo capolavoro: “C’era una volta in America”. Lavora a questo film per tredici anni. La prima sceneggiatura è di Norman Mailer ma è troppo lunga, dura cinque ore e non è facile trovare un produttore coraggioso che accetti di intraprendere questa avventura. Nel 1980 Leone incontra Arnon Milchan che raccoglie la sfida e nel frattempo Robert De Niro accetta di interpretare il personaggio di Noodles.
Il film viene realizzato tra il 1982 e il 1983. Tutte le conoscenze cinematografiche, artistiche, personali di Sergio Leone confluiscono in questa narrazione che rappresenta un unicum nella storia del cinema.
E’ un’opera corale, ambientata nello scenario epico di New York nei primi del 900, che racconta la storia criminale di un gruppo di ragazzi dall’infanzia alla vecchiaia. Ma è anche la rielaborazione del passato di Noodles e della storia dei suoi amici attraverso il ricordo di un uomo che non ha né presente, ne’ futuro ma soltanto un passato che lo opprime e nello stesso tempo gli appare come un sogno.
È la visione di Sergio Leone che, attraverso Noodles, osserva la fine dell’epoca del cinema western, l’epilogo del suo sogno di ragazzo.
In questo sguardo vi è tutta la struggente nostalgia di un mondo amato e perduto per sempre, ridotto allo scorrere di ricordi indefiniti.
“C’era una volta in America” è l’ultima grande opera di Sergio Leone che muore all’età di sessanta anni.
A lui e alla sua immensa forza evocativa si sono ispirati Quentin Tarantino, John Woo, Brian De Palma, Martin Scorsese, Clint Eastwood, Steven Spielberg, ma anche scrittori come Stephen King e il premio Nobel del 2017 per la letteratura Kazuo Ishiguro.
Ma l’eredità di Sergio Leone è molto più profonda e capillare, è giunta a influenzare anche la musica, i videogiochi, il fumetto, le serie TV, fa parte di noi, della nostra visione del mondo.
Molti di noi, senza neppure saperlo, nel linguaggio comune, citano le frasi dei personaggi di Sergio Leone per descrivere stati d’animo e situazioni che ormai non sapremmo più definire diversamente.
Come la celeberrima risposta di Noodles a Fat Moe che gli chiede:” Cosa hai fatto in tutti questi anni”
“Sono andato a letto presto”.

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