“Scherza coi fanti ma lascia stare i santi”, recita un vecchio adagio popolare.

E non a caso perché in Italia i santi sono parte essenziale della cultura e dell’identità nazionale. 

Nel 1400, quando si delinea l’identità italiana ogni regione è posta sotto la protezione di un Santo.

E quando via via si va verso l’unificazione d’Italia e si individuano i confini, appare chiaro che per far nascere una nuova Nazione non basta la potenza di un duca, di un marchese o di un re, occorre una protezione ultraterrena, quella di un Santo.

Anche nel mondo classico le nuove città venivano fondate con l’aiuto degli dei, Roma, infatti, ha origine da Romolo e Remo, figli di Marte. 

Il contatto tra il mondo umano e quello celeste, nella tradizione italiana,  viene mediato dai Santi e ogni città è protetta da un Patrono che ha speciali poteri: celeberrimi, tra i tantissimi, S.Gennaro a Napoli, Santa Rita a Cascia, Sant’Ambrogio a Milano, Santa Rosalia a Palermo, Sant’Agata a Catania.

Pochi giorni fa, dal 3 al 6 febbraio a Catania, si è celebrata, come ogni anno,  la Santa patrona con una festa straordinaria.

Il primo giorno è dedicato all’offerta delle candele; due carrozze settecentesche che appartenevano al Senato che governava la città e dodici candelore, ceri rappresentativi delle corporazioni e dei mestieri, vengono portate in corteo. 

I ceri donati devono essere alti e pesanti quanto la persona che chiede la protezione.

La giornata si conclude con i giochi pirotecnici in Piazza Duomo che ricordano che la Santa, martirizzata sulla brace, vigila sul fuoco dell’Etna e sugli incendi.

Il 4 febbraio, che per i catanesi è il giorno più emozionante, la Santa incontra la cittadinanza. Già dall’alba i cittadini riempiono le strade indossando il tradizionale sacco, un camice di tela bianca lungo fino alla caviglia e stretto in vita da un cordoncino, un berretto di velluto nero, guanti bianchi e un fazzoletto bianco a pieghe. Questo abbigliamento riproduce quello indossato dai catanesi la notte in cui, nel 1126, corsero incontro a Gisliberto e Goselmo che riportarono a Catania da Costantinopoli le spoglie della Santa.

Tre chiavi, conservate da tre persone diverse, il tesoriere, il cerimoniere e il priore del capitolo della Cattedrale aprono il cancello che protegge le reliquie nella cattedrale.

Quando l’ultima chiave apre il cancello, il busto della Santa appare davanti ai fedeli ansiosi di vederla.

Il busto tempestato di oro e pietre preziose viene issato su un fercolo d’argento, sul quale vengono poste le reliquie della Santa e inizia il giro lungo le vie della città.

Le candelore precedono il fercolo argenteo come un tempo, quando nell’oscurità illuminavano il passo ai fedeli. 

Ogni candelora ha una sua identità: le caratteristiche del cero, l’ondeggiamento dei portatori, la musica di sottofondo.

Apre la processione il cero di Monsignor Ventimiglia, seguono i ceri del quartiere di San Giuseppe La Rena, dei giardinieri e fiorai, poi pescivendoli, fruttivendoli, macellai, pastai, pizzicagnoli, bettolieri e panettieri e infine il circolo cittadino di Sant’Agata.

In cinquemila trainano il fercolo che con il pesante carico arriva a pesare trenta quintali. Il giro si conclude la notte quando la Santa ritorna nella cattedrale.

Il 5 febbraio sul fercolo i garofani rossi del martirio vengono sostituiti dai garofani bianchi della purezza e la Santa viene portata nuovamente in processione. All’alba del 6 la Santa raggiunge via dei Crociferi dove saluta la città prima di chiudere i festeggiamenti.

Durante la notte i cittadini in camice bianco gridano:”Viva Sant’Agata”, poi improvvisamente cala il silenzio e inizia il canto delle monache di clausura, la cui origine è antichissima.

A notte inoltrata i fuochi d’artificio chiudono la festa.

Nel 2002 la festa di Sant’Agata è stata dichiarata dall’Unesco bene etno-antropologico patrimonio dell’umanità.

I Santi ci fanno sentire più vicini alla Divinità, sono uomini e donne con i nostri pregi e difetti ma appartengono al mondo celeste, sono una risorsa, una ricchezza perché anche chi non crede talvolta rivolge il pensiero a un Santo per ricevere una grazia, realizzare un desiderio. 

Nel linguaggio comune si dice:”Bisogna avere un Santo in Paradiso” oppure “Soltanto un Santo potrebbe riuscirci “ per     significare che per risolvere situazioni difficili occorre l’intervento ultraterreno. 

I Santi, insomma fanno parte di noi, della nostra storia nazionale ma anche di quella quotidiana perché ci conforta pensare di avere qualcuno che possa intercedere in nostro favore, accorciare la distanza tra noi e il trascendente, comprendere le nostre debolezze, insomma assomigliarci e nello stesso tempo avere un potere speciale. 

La Sovrana Bellezza siamo noi.

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