Il Prof. Massimo Miscusi è uno dei medici italiani che da settimane lavora in ospedale per combattere l’emergenza in cui il coronavirus ha gettato l’Italia.
Neurochirurgo, professore associato della Sapienza, Università di Roma, lavora nell’Azienda ospedaliero universitaria Sant’Andrea di Roma, identificata dalla regione Lazio come un Hub per la rete del trattamento dei pazienti affetti da covid-19.
Massimo Miscusi ha accettato di rispondere a alcune domande che gli ho rivolto su quello che succede ogni giorno, ormai da molti giorni, nell’ospedale in cui lavora.
Voglio ringraziarlo per aver trovato il tempo, dopo una giornata convulsa in ospedale, di spiegarmi chi è il nemico contro il quale combattiamo strenuamente da mesi e quali sono gli strumenti che stiamo affinando per sconfiggerlo.

D. Professore, come si è organizzato l’Ospedale S. Andrea da quando è esplosa l’emergenza causata dal Covid-19?
R. Il nostro ospedale, sede di una delle facoltà di Medicina della Sapienza, e’ stato completamente sconvolto dall’emergenza che stiamo vivendo. L’università ha sospeso i corsi e gli studenti seguono le lezioni da casa con la didattica telematica mentre gli specializzandi sono in prima linea con noi.
L’Ospedale ha cambiato fisionomia un giorno dopo l’altro, man mano che i reparti hanno iniziato a accogliere pazienti affetti da Covid-19.

D. Sembra che molti contagi siano avvenuti negli ospedali, al Sant’Andrea avete diviso fin dall’inizio i pazienti malati di Covid-19 dagli altri?
R. Si, abbiamo subito creato reparti per i pazienti affetti da coronavirus e reparti per gli altri pazienti.
Questa divisione però è complicata, soprattutto in ospedali monoblocco come il nostro, costruiti per avere servizi in comune tra i reparti come la radiologia o il blocco operatorio o semplicemente i servizi di logistica. Per questo abbiamo creato percorsi differenziati ma l’attenzione deve essere sempre altissima.
Poi ci sono reparti come il mio, in cui sono ricoverati pazienti neoplastici con tumori cerebrali o spinali che necessitano di intervento chirurgico. Alcuni di loro sono malati di Covid-19 e dobbiamo proteggerli in modo scrupoloso, data la loro fragilità e suscettibilità alle complicanze.
Nei reparti dedicati esclusivamente ai malati di coronavirus abbiamo operato un’ulteriore divisione tra i pazienti critici e i pazienti in buone condizioni.

D. Tra i sanitari chi ha il compito più gravoso?
R. Sicuramente i medici anestesisti e gli infermieri dei reparti di rianimazione.

D. Questo virus appartiene alla famiglia dei coronavirus che già conoscevamo ma è molto più pericoloso, tanto da condurre in alcuni casi alla morte. Perché questo virus è così letale?
R. Il covid-19 non è una malattia invincibile. Si tratta di un’infezione virale che colpisce prevalentemente i polmoni.
Nella maggior parte dei casi il virus produce un quadro oligo-asintomatico, cioè con pochi o nessuno sintomo, nel 10% dei casi causa complicanze che obbligano al ricovero.
E’ pericoloso perché si diffonde facilmente e rapidamente, in più è un virus nuovo per il genere umano e quindi abbiamo un numero elevatissimo di contagi.
Se la popolazione italiana si ammalasse tutta contemporaneamente avremmo un numero di pazienti troppo elevato da gestire. La mortalità è dell’1% ma in relazione al numero enorme dei contagi in assoluto il numero dei decessi è elevatissimo.

D. A che punto siamo nella ricerca della cura del Covid-19?
R. Siamo riusciti a individuare alcune importanti caratteristiche dell’infezione e questo ci ha permesso di migliorare le terapie e di allentare la pressione nei reparti di terapia intensiva. La complicanza che temiamo di più è la polmonite che può indurre un’infiammazione locale eccessiva, causa di insufficienza respiratoria e di complicanze cardio-vascolari che portano il paziente alla morte.
Aver compreso questi meccanismi ci ha fatto fare progressi nella cura della malattia.

D. La pandemia ci ha costretto improvvisamente a cambiare abitudini e anche modo di pensare. Da un punto di vista medico quali sono le sfide che ci attendono?
R. Direi che le sfide sono due: la prima è trovare rapidamente un vaccino e una cura; la seconda è riuscire a gestire la diffusione della malattia. Sotto questo aspetto l’identificazione e l’isolamento dei pazienti infetti rappresenta il cardine della prevenzione della malattia.

D. In Italia e soprattutto in alcune regioni del nord il virus ha colpito la popolazione con una violenza inaudita. Si dovevano attuare strategie più efficaci per evitare la diffusione massiva del virus?
R. Non voglio alimentare polemiche ma credo che la mancanza di coordinamento tra il Governo e le Regioni abbia contribuito al peggioramento progressivo della situazione. A ciò si è aggiunto l’atteggiamento superficiale di alcuni esperti che non hanno compreso la portata dell’infezione, soprattutto in termini di impatto sul SSN; la mancanza di un piano pandemico e la penuria di materiali per la protezione e la diagnosi hanno fatto il resto.
Credo inoltre che si sarebbe dovuto evitare di ricoverare i pazienti malati di Covid-19 in ospedali misti. Si sarebbero dovuti attrezzare ospedali dedicati, meglio se costruiti per favorire l’isolamento come gli ospedali a padiglione.

D. Come è cambiata la sua vita da quando si dedica alla cura dei malati di coronavirus?
R. E’ cambiata moltissimo la mia vita familiare. Sono sposato con quattro figli, l’ultimo ha cinque mesi, per evitare di contagiare i miei familiari, nel caso dovessi contrarre il virus, vivo da mesi in isolamento in un residence.
Mia moglie, medico radiologo, ora in congedo, si prende cura dei bambini da sola, senza aiuti. Non finirò mai di ringraziarla per questo.

D. E’ cambiato anche il suo modo di esercitare la professione?
R. No, non ho cambiato il mio modo di lavorare, la condizione estrema nella quale mi trovo ogni giorno non mi fa sentire un eroe del momento. Quello che faccio ogni giorno è il mio lavoro da sempre, non lo cambierei mai e cerco di svolgerlo con tutta la professionalità di cui sono capace ma anche con le mie paure, le mie incertezze. A volte la fatica sembra prevalere su tutto ma quando inizia il mio turno indosso le protezioni, entro in reparto e non la sento più.

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