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Meloni agli italiani: “Al referendum votate sì per aprire una pagina nuova”

  • 16 Marzo 2026

Il discorso del Presidente del Consiglio all’evento “Una riforma che fa giustizia” al Teatro Parenti di Milano

Buonasera a tutti, e grazie di essere qui così numerosi!

So che ci sono delle persone che non sono riuscite a entrare, e le ringrazio per aver portato con la loro presenza l’attenzione a questo evento.

Voglio ringraziare i capigruppo e i gruppi parlamentari di Camera e Senato di Fratelli d’Italia per aver organizzato questa iniziativa. Sono, come capite, giornate di grande attenzione e di enorme lavoro. Perché, da una parte, siamo concentratissimi sulla crisi internazionale, sulla diplomazia da mettere in campo per evitare un ulteriore allargamento di quella crisi e sulle risposte che dobbiamo dare alle possibili ripercussioni per la nostra economia e, quindi, ovviamente per i cittadini; ma, dall’altra, io non volevo rinunciare, noi non volevamo rinunciare, a dedicare la giusta attenzione che merita il traguardo, epocale, di riuscire finalmente a riformare in Italia anche la giustizia.

E allora grazie per questa occasione. Grazie a chi, prima di me, e in molte occasioni come questa, ha avuto il coraggio di metterci la faccia, il coraggio di salire su questo palco, di raccontare la propria storia, di spiegare perché abbia deciso di condividere con noi questo traguardo.  So che per molti non è stato facile, e forse ci si dovrebbe interrogare sul perché, in una democrazia, ci si debba ancora chiedere se sia il caso, oppure no, di esprimere pubblicamente in alcuni casi in proprio pensiero, ma tant’è. Grazie per aver testimoniato, grazie per aver testimoniato con il vostro coraggio, l’importanza della scadenza del referendum confermativo della riforma della giustizia che è previsto per il 22 e il 23 marzo prossimi.

Perché, sì. Qui è tutta una questione di coraggio. Il coraggio di riformare quello che sembrava irriformabile, intoccabile, indiscutibile. Il coraggio di maturare le proprie convinzioni andando nel merito delle cose, interrogandosi con la propria testa, oltre la coltre fumogena degli allarmismi, delle mistificazioni, e perfino delle menzogne che abbiamo ascoltato in questi mesi. E, soprattutto, il coraggio di voler cambiare, per migliorare le cose. Perché, in Italia, tutte le volte che si vuole modernizzare o riformare qualcosa, puntualmente si grida alla deriva illiberale, all’attentato all’ordine costituzionale e alla fine dello Stato di diritto. Ma in questo catastrofismo si nasconde solo una spasmodica volontà di mantenere lo status quo, per difendere le incrostazioni e i privilegi che in quello status quo si annidano e proliferano, a vantaggio di alcuni e sulla pelle di tutti gli altri.

Allora, io voglio dire: non abbiate mai paura della libertà del vostro pensiero. Non abbiate mai paura di scegliere quello che è giusto da quello che non lo è. Non abbiate paura di optare per il merito delle cose in luogo dello schieramento. Non abbiate paura di preferire il popolo alle caste. E non abbiate paura, soprattutto, di fare ciò che è necessario per mettere l’Italia in condizione di correre e di tornare a stupire. Fidatevi del vostro istinto, fidatevi della vostra intelligenza, e non fidatevi mai degli slogan troppo semplici su materie che sono troppo complesse, perché nell’eccessiva semplificazione si nascondono sempre delle trappole.

E, mai come in questa campagna referendaria, si è cercato di spostare il dibattito dal merito di quello su cui gli italiani sono chiamati a votare. E anche qui chiedetevi perché. Perfino sulla mia partecipazione a questo evento io ho sentito ricostruzioni, diciamo così, stravaganti: “La Meloni è dilaniata dal dubbio se partecipare o meno”. Sono dilaniata. Sono intatta, non sono dilaniata e soprattutto non ho mai avuto dubbi sulla mia partecipazione a questa manifestazione. Guardate, per due ragioni che sono talmente semplici da essere addirittura scontate.

In primo luogo, perché io non ho accettato di guidare il governo della Nazione per vanità. L’ho accettato per responsabilità. Non considero un traguardo governare l’Italia, lo considero uno strumento. Ne deriva che a me non interessa governare se tutto quello che posso fare è sopravvivere, galleggiare, piegarmi ai troppi interessi consolidati, fingere di non vedere le degenerazioni che bisogna superare. Non è per me. Non è per me, e non è per noi. Ci sono altri che possono governare galleggiando, e li abbiamo anche visti. A noi interessa governare solo se possiamo migliorare quello che non funziona, per quanto chiaramente possa sembrare difficile. Anche perché, in fin dei conti, una Nazione che non può essere riformata, non è neanche una Nazione davvero governata.

In secondo luogo, perché io sono una persona che crede in quello che fa, e una persona di parola. Tutti noi lo siamo. Gente che rispetta gli impegni presi e che non ha alcuna paura a difendere e rivendicare le sue scelte, semplicemente perché fa solo quello che la convince. Fare la riforma della giustizia è uno degli impegni che abbiamo preso con i cittadini quando abbiamo chiesto la loro fiducia. Ed è uno dei tantissimi impegni che abbiamo mantenuto. E non avrebbe potuto essere diversamente, perché la politica la concepiamo così. Dando costruzione pratica al concetto di “responsabilità”. La parola “responsabilità” deriva dal verbo “respondeo”, che vuol dire “rispondere agli impegni”. “Respondeo” a sua volta origina da “spondeo”, che è “l’atto solenne del promettere e del garantire”. Responsabilità significa rispondere a qualcuno, non a sé stessi. Significa rispondere agli altri e, in politica, questo significa rispondere a chi ti ha affidato un mandato, ha sottoscritto un programma e ti chiede di fare quello che gli avevi promesso.

Il 22 ottobre di 4 anni fa ci siamo assunti questa responsabilità, e quello che vogliamo dimostrare è che c’è qualcuno in grado di rispettare la parola data ai cittadini, anche quando in molti ti sconsigliano di farlo, anche quando potrebbe essere troppo difficile, perfino quando viene considerato rischioso.

Non è il destino personale di qualcuno che ci interessa, ma il destino di questa Nazione nel suo complesso. Noi abbiamo promesso che avremmo consegnato a chi sarebbe arrivato dopo di noi un’Italia migliore di quella che abbiamo ereditato da chi ci ha preceduto, e faremo quello che serve per riuscirci.

E, tra le cose che servono, c’è la riforma costituzionale della giustizia.

Dopo decenni di rinvii, tentativi falliti e occasioni mancate, noi abbiamo finalmente approvato una riforma storica, che affronta alla radice i principali problemi che sono alla base del malfunzionamento della giustizia. E non perché vogliamo mortificare la separazione del potere legislativo da quello giudiziario, perché il compito del potere legislativo è esattamente quello di fare le leggi per correggere le storture. Mortificare la separazione dei poteri sarebbe semmai dire che il legislatore non deve fare il suo lavoro perché un altro potere dello Stato è contrario, come è accaduto troppo spesso. Del resto, io non devo ricordare quante volte, in passato, gli sforzi concreti per riformare la giustizia sono naufragati a causa dell’interdizione esercitata dai vertici dell’Associazione Nazionale Magistrati o dai gruppi di magistrati che avevano grande notorietà mediatica.

E, guardate, non facciamo questa riforma neanche perché ce l’abbiamo con qualcuno. Per intenderci, voglio essere molto chiara, qui nessuno ha in mente di liberarsi della magistratura. Quello che noi abbiamo in mente, quello che noi abbiamo in mente è sistemare quello che non funziona anche per i magistrati, ma soprattutto per i cittadini, perché quello che non funziona lo pagano gli italiani, e noi a loro abbiamo promesso una Nazione migliore.

Perché la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, ed è indispensabile per far camminare l’Italia. Se la giustizia non funziona, se è lenta, se è inefficiente, se è ingiusta, allora tutta la macchina si inceppa e le conseguenze le pagano tutti – attenzione, tutti -, non solo coloro che hanno a che fare direttamente con la giustizia. Perché le scelte dei magistrati impattano su moltissimi aspetti della nostra vita: sulla sicurezza, sull’immigrazione, sul lavoro, sulla salute, sulla libertà personale. È un potere enorme, ma è anche l’unico potere in Italia a cui non corrisponde quasi mai un’adeguata responsabilità. Perché se un magistrato sbaglia o non fa il suo dovere come dovrebbe, nella maggior parte dei casi non subisce alcuna conseguenza. Anzi, spesso avanza di carriera.

Ma non argomenterò con mie convinzioni personali. Argomenterò con storie vere, pur senza fare i nomi dei protagonisti, anche se sono chiaramente tutti stati resi pubblici. Perché non mi interessa additare qualcuno. Mi interessa spiegare la degenerazione del sistema.

C’è un magistrato che ritarda di 578 giorni la scarcerazione di un detenuto. L’uomo si fa un anno e sette mesi in più in carcere e lo Stato deve risarcirlo con circa 130 mila euro di soldi dei contribuenti. Valutazione del CSM: assoluzione per scarsa rilevanza (scarsa rilevanza! Cioè quasi due anni di vita rubata per qualcuno sono di scarsa rilevanza!) e… valutazione positiva per l’avanzamento di carriera.

C’è un altro magistrato viene valutato dal CSM per ritardi plurimi, reiterati e pluriennali. Si contano oltre 60 ritardi nel deposito delle sentenze, alcuni dei quali arrivano fino a 1.388 giorni, che per chi non fosse bravo in matematica sono quasi 4 anni. Attenzione, non stiamo parlando della durata del processo, stiamo parlando del tempo intercorso da quando il processo finisce e quando la sentenza di quel processo viene depositata. Ora, quel giudice si occupava di diritto di famiglia. Vi posso chiedere: che senso ha una decisione che riguarda un bambino che ha tre anni al momento della conclusione del giudizio, depositata quando quel bambino è in seconda elementare? Ci si rende conto dell’impatto che questo ha sulla vita delle persone? Bene. Il CSM qui interviene con una censura. E… valutazione positiva per l’avanzamento di carriera.

Un ragazzo di 18 anni viene arrestato per l’omicidio di due carabinieri. Durante gli interrogatori confessa, e quella confessione diventa il pilastro dell’accusa. Viene condannato e passa in carcere oltre vent’anni. Decenni dopo emerge la verità: la confessione era stata ottenuta con violenze e torture. Il processo viene rivisto, l’imputato assolto, e lo Stato deve pagare oltre sei milioni di risarcimento per ingiusta detenzione di soldi dei contribuenti. Nessuna conseguenza disciplinare rilevante per i magistrati che avevano sostenuto l’accusa.

Un uomo viene accusato – questa è la storia secondo me più incredibile – di aver ucciso una persona scomparsa. Non viene mai trovato il corpo, però l’accusa sostiene che gli indizi siano sufficienti. Il tribunale lo condanna e anche lui passa vent’anni in carcere, oltre vent’anni in carcere. Poi accade qualcosa di incredibile: si scopre che la presunta vittima è viva. La condanna crolla completamente e lo Stato, anche qui, paga al povero malcapitato centinaia di migliaia di euro di indennizzo. I magistrati che avevano sostenuto l’accusa continuano tranquillamente la loro carriera.

Ora, io potrei citare decine di altri casi come questo. Che raccontano di una disfunzione profonda, sistemica, strutturale, che nessuno prima di noi è riuscito a correggere.

Noi abbiamo riformato il Parlamento, il Governo, la Pubblica amministrazione, le Regioni, abbiamo riformato moltissimi ambiti della società italiana, ma la giustizia mai in modo sostanziale. La giustizia è rimasta, di fatto, sempre identica a sé stessa, immune da ogni cambiamento strutturale.

E ogni tentativo di riforma, anche quello più timido, anche quello più debole, è miseramente fallito, bloccato da una reazione sproporzionata e illogica da parte di chi non ha evidentemente il coraggio di guardare la realtà. E che si ostina a difendere un ingiusto e inefficiente status quo, a preferire i privilegi di pochi contro gli interessi di tutti, soprattutto della stragrande maggioranza di magistrati che svolge con serietà e rigore il proprio, importante ruolo.

E per questo – guardate – la riforma è sostenuta, con convinzione, anche da moltissimi magistrati, certamente da più di quelli che lo dichiarano pubblicamente. Perché serve a far recuperare alla magistratura quel prestigio che in questi decenni è stato compromesso e umiliato dalle logiche correntizie e corporative, e a restituire ai cittadini piena fiducia nei confronti della giustizia. E il fatto che la riforma sia convintamente sostenuta da moltissimi magistrati in servizio, fra cui Procuratori della Repubblica e Presidenti di sezione di Cassazione, conferma nel modo più evidente che non è contro i magistrati, ma è, invece, per tutti i magistrati, e, con loro, per tutti i cittadini.

Allora, io voglio ricordare, ancora una volta brevemente, quello che c’è nella riforma e che i cittadini sono chiamati a confermare o meno e voglio rispondere ad alcune cose che ho sentito in questa campagna referendaria.

Allora, nella riforma c’è la separazione delle carriere tra chi accusa e chi giudica. Perché? Perché se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro che hanno percorsi di vita che si incrociano continuamente, si rischia una commistione che può indebolire un principio cardine della Costituzione italiana che è la terzietà del giudice. E, anche qui, non è che lo dico io, lo dicono i numeri. Sapete quale è la percentuale di casi in cui il Giudice delle indagini preliminari accoglie la richiesta del pubblico ministero? 93,5% per le richieste di archiviazione; 94% per le richieste di autorizzazione a disporre intercettazioni; 95% per le convalide di decreti d’urgenza; 99% per le richieste di proroga di intercettazioni. Ora qui i casi sono due. O noi abbiamo pubblici ministeri praticamente infallibili, oppure accade spesso che il giudice abbia un occhio di riguardo per quello che dice il PM. Ed è naturale, guardate, perché siamo esseri umani, e i rapporti contano nella vita, e ti condizionano. Separando le carriere noi superiamo il problema di quel condizionamento, e creiamo un processo più giusto con un giudice più imparziale.

Ora, ovviamente, siccome mancano gli argomenti per rispondere nel merito a una questione – vedete bene – di assoluto buonsenso, per rispondere noi abbiamo assistito alla messa in campo del solito armamentario del rischio della deriva illiberale. Solo che qualcosa non torna. E non torna se si considera che la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante è già in vigore in almeno 21 dei 27 Paesi dell’Unione Europea. Ora la domanda banale che io devo farvi è: sono tutti scivolati verso una deriva illiberale, oppure siamo noi che siamo rimasti indietro? E come è possibile che quelli che ci dicono sempre che non siamo abbastanza europeisti, che non facciamo abbastanza verso l’Europa, oggi siano contrari quando siamo noi che vogliamo avvicinare l’Italia a quello che accade in Europa? Qui, non va più bene. Allora io penso che queste tesi francamente non reggano.

Dopodiché, nella riforma, c’è la modifica del meccanismo di selezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, che è l’organo di autogoverno dei magistrati, che oggi decide le carriere dei magistrati, le promozioni, che giudica anche giudici e pubblici ministeri quando sbagliano. Perché? Perché oggi il CSM viene eletto per due terzi da quegli stessi magistrati che poi deve giudicare, promuovere o non promuovere, sulla base di liste organizzate dalle correnti, e per un terzo dal Parlamento con logiche che sono – diciamolo – di pura spartizione politica. E, quindi, a nostro avviso, c’è un eccessivo condizionamento politico in quello che, invece, dovrebbe essere un organismo totalmente estraneo a logiche politiche, e quel condizionamento produce un meccanismo nel quale si tende ovviamente a privilegiare – nella scelta di chi poi va promosso no, di chi va trasferito e dove, e di chi sanzionare quando sbaglia e no – logiche che non sono meritocratiche ma diventano di appartenenza.  

No al controllo della politica sulla magistratura! No al controllo della politica sulla magistratura! Lo dice il fronte del no. E io sono d’accordo con loro. Ma segnalo sommessamente che allora devono votare sì. Perché votando no questo non si raggiunge.  Perché il controllo della politica sulla magistratura noi lo abbiamo oggi nell’attuale sistema e la riforma serve a eliminare anche quel controllo. E del resto, perché non si dice la verità? È perché sarebbe un po’ difficile – io lo capisco – da parte di molti sostenitori del no sostenere la verità, e cioè che loro vogliono controllare la magistratura. Per questo difendono lo status quo con le unghie e con i denti, perché sanno che noi stiamo facendo una riforma che impedisce alla politica, di qualsiasi estrazione, di controllare la magistratura. Capite bene che, se dicessero la verità, l’argomento non sarebbe molto accattivante per la campagna elettorale e quindi si cerca di dire cose che non stanno in piedi.  

Io vi ho spiegato cosa cambia. Oggi l’organo di autogoverno della magistratura viene scelto con logiche che rispondono agli schieramenti ideologici, e domani no. Tra membri del CSM che sono scelti dai partiti e che sono scelti dalle correnti, e membri del CSM che sono sorteggiati, quale garantisce minore dipendenza dalla politica?

Io penso che qualsiasi persona intellettualmente onesta sappia rispondere con grande facilità a questa domanda. E la modifica non va solo nel senso di liberare i magistrati dal condizionamento della politica, ma anche nel senso di valorizzare il merito. Perché noi avremo due CSM, uno per chi giudica e uno per chi accusa, composti da persone che non hanno dovuto chiedere il voto a chi poi devono promuovere o meno, trasferire o meno. Con il sorteggio i membri del CSM non devono dire grazie a nessuno per essere lì, e potranno esercitare ovviamente il loro ruolo in piena libertà e senza alcun vincolo. Varrà solo il merito, e la coscienza di persone che sono libere e indipendenti.

Ora, mi corre l’obbligo di dire qualcosa sul sorteggio, perché anche qui io ho sentito un po’ di tutto. Intanto, ho sentito che sarebbe un meccanismo surreale. Solo che, udite udite, il sorteggio non ce lo siamo inventato noi. Il sorteggio esiste già nel nostro ordinamento. Sono scelti per sorteggio i giudici popolari in caso di messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, e si tratta di un principio iscritto nella stessa Costituzione di cui chi contesta il sorteggio si proclama fedele custode e unico interprete. Sono scelti per sorteggio, in maggioranza, i giudici popolari che compongono le Corti di assise, cioè quelle che decidono dei delitti più gravi.

Ma non solo, e qui c’è anche una esperienza personale. Voi sapete che io sono stata qualche mese, nel 2025, nella condizione di indagata, insieme ai ministri Nordio e Piantedosi e al sottosegretario Mantovano per il caso Almasri, e sapete che il mio giudice era il Tribunale dei ministri. Sapete come sono stati individuati i magistrati che hanno composto il collegio? Sono stati sorteggiati, sorteggiati fra tutti i giudici di primo grado che lavorano nel Lazio (che sono svariate centinaia), e di loro tre solo uno veniva dal penale. Nessuno di noi ha protestato. Perché? Perché i giudici del Tribunale dei Ministri vengono sorteggiati. E perché vengono sorteggiati? La legge ha deciso che venissero sorteggiati per evitare che le loro decisioni potessero essere influenzate da rapporti personali, orientamenti politici, conflitti di interesse. Quindi fatemi capire una cosa.  I magistrati che giudicano i politici, giustamente, non devono essere condizionati e condizionabili, e i magistrati che invece giudicano i magistrati devono essere condizionati e condizionabili? La considero una tesi curiosa.

Dopodiché, vi dicono che con il sorteggio ci potremmo ritrovare degli incompetenti alla guida del CSM. Ora qui io devo dire che l’argomento diventa addirittura divertente quando a sostenerlo sono gli inventori dell’uno vale uno, quelli che sceglievano i parlamentari con i click su internet e adesso ci vengono a fare la morale sulla competenza. Ma, in ogni caso, si tratta di un argomento che è chiaramente buono per la propaganda ma è ridicolo alla prova dei fatti.

Perché? Perché i membri del CSM vengono sorteggiati tra i magistrati. E quindi fatemi capire: gli stessi giudici che decidono della vita delle persone, decidono se rinchiuderle in galera o lasciarle in libertà, decidono se sequestrarti la casa e il conto in banca, decidono se darti l’ergastolo o no, sarebbero inadatti, se sorteggiati, a decidere se trasferire o meno un collega? Spero si stia scherzando.

Ma in ogni caso – guardate – non è neanche così. Perché tutti quelli che sostengono questa tesi fingono di non sapere – perché se non lo sanno è molto più grave – che la riforma Cartabia ha stabilito che possano essere membri del CSM solamente i magistrati che abbiano superato la terza valutazione di professionalità, che significa magistrati che abbiano almeno 12 anni di anzianità alle spalle. E la riforma non modifica questa norma, e noi non intendiamo modificare questa norma neanche in futuro.

Al che rimane solo il tema reale, quello vero, quello serio. L’unica differenza tra il sistema attuale e quello che introduciamo noi è che nel sistema attuale l’appartenenza alla corrente vale più del merito, e nel sistema che introduciamo noi vale il merito solamente. E questo toglie alle correnti l’enorme potere che hanno, non verso di noi, ma sui magistrati stessi. Ecco perché io considero che questa sia soprattutto una riforma fatta per il bene di tanti magistrati capaci che nella loro carriera sono stati mortificati perché non si piegavano alla logica delle correnti politicizzate.

Quanto al sorteggio per i componenti laici dei due CSM – permettetemi se entro molto nel merito, ma almeno rispondiamo a una serie infinita di falsità che sto ascoltando -, che avviene nell’ambito di una lista stilata dal Parlamento. Anche qui ho sentito dire moltissime inesattezze. Allora, dicono: “Controllate il CSM perché il Parlamento nomina…”. Forse sfugge come funziona oggi?

Oggi funziona così. Ci sono tot membri laici da eleggere del CSM, diciamo tutti, 10. Come si eleggono? Ogni partito, in base al peso, ha un nome, due nomi, tre nomi. Ne sceglie uno, e si votano in blocco. Ogni partito mette nell’attuale sistema il suo componente laico al CSM. Come funziona domani? Il Parlamento contribuisce a stilare una lunga lista di persone che ovviamente hanno le competenze, e in quella lunga lista poi qualcuno verrà sorteggiato. Di grazia, secondo voi qual è il sistema che garantisce minore dipendenza dalla politica dei due? Tra quello attuale e quello che stiamo costruendo? Anche qui a me non sembra una cosa molto difficile. Chiaramente voglio anche dare un’altra risposta a chi dice: “Vabbè, ma la lista se la fa la maggioranza”. Non si può fare, ma non è che non si può fare, certo che si deve fare condividendo la scelta con tutti i partiti, ma non perché siamo gentili noi perché altrimenti sarebbe banalmente incostituzionale. E, quindi, non si potrebbe fare. Anche questo non corrisponde a verità.

E comunque, signori, io vorrei ricordare i nomi di alcuni Vicepresidenti del CSM. No, perché sembra che la politica finora… Virginio Rognoni, Nicola Mancino, Michele Vietti, Giovanni Legnini, David Ermini. Tutte persone degnissime, ma vi sembra che fossero estranee alla politica? Allora, guardate, vi dico di più. Io penso che la legge attuativa della riforma debba addirittura prevedere un periodo di decantazione, cioè qualche anno di pausa prima che chi è stato in politica possa aspirare a entrare tra i laici del CSM. Cosa che non si è ritenuto di fare fino a oggi.

Terza e ultima novità: nella riforma c’è l’introduzione di un nuovo organismo, forse la cosa che io considero più importante, che è l’Alta Corte disciplinare, per giudicare i magistrati che sbagliano. Finalmente, dopo ottant’anni, anche i magistrati che non si dedicano al proprio dovere, come impongono la legge e l’etica, dovranno vedersela con un organismo disciplinare terzo e imparziale che valuterà il loro operato nel merito, e non più con un CSM eletto su base correntizia.

E, grazie a questo sistema, forse, noi non vedremo più le cose che io vi ho raccontato in apertura di questo intervento, cioè casi di magistrati palesemente negligenti che non hanno risposto davanti a nessuno della loro negligenza. Perché se c’è qualcosa di più odioso di un sistema che non garantisce che un magistrato – come tutti gli altri cittadini, particolarmente come tutti gli altri che hanno delle responsabilità – paghi per i propri errori, è un sistema che chiude gli occhi davanti a quegli errori e che consente che quei magistrati negligenti ricevano valutazioni positive per fare carriera.

In uno Stato che si definisce giusto e serio, e che vuole dare il buon esempio, questo non è accettabile. Chiunque sbagli si deve assumere la responsabilità di quegli errori, e chiunque non faccia bene il proprio mestiere non merita di essere promosso, esattamente come chi fa bene il proprio lavoro merita di essere valorizzato, e non di restare al palo perché non aveva le amicizie giuste.

Anche per la Corte disciplinare, dove è che si realizzerebbe questa tanto – diciamo così – allarmistica subordinazione della magistratura alla politica? Non si capisce. Oggi la sezione disciplinare del CSM è composta da sei togati e da tre laici eletti dal Parlamento; quindi, il rapporto è due terzi, un terzo. Il Parlamento incide per un terzo. Invece, nella Corte disciplinare la quota eletta dal Parlamento sarà di 3 su 15. Quindi, un quinto. Il che mi pare meno di un terzo. I partiti – secondo voi – incideranno di più o di meno? Perché anche mia figlia di nove anni sa fare questo calcolo banale.

Allora, questi sono i contenuti veri della riforma, non altri. Contenuti che non sono di destra, non sono di sinistra, non sono di centro. Sono contenuti di banale buonsenso. Talmente di buon senso che le stesse soluzioni sono state ampiamente proposte e sostenute, in passato, anche da molti di coloro che oggi dicono di essere per il no.

Gente che ha cambiato idea non perché sia convinta come noi delle proprie tesi e si batte per affermarle, ma perché ha un altro obiettivo, che però non c’entra niente con la Costituzione, non c’entra niente con la giustizia, non c’entra niente con gli interessi dei cittadini. C’entra con l’interesse delle correnti e dei partiti, che sperano di poter continuare a piegare lo stato della giustizia ai loro interessi di parte. Ma è un’altra cosa.

Però che non è una riforma di parte è confermato dai molti esponenti – che voglio ringraziare – della sinistra che hanno affiancato in questa campagna la loro voce alla nostra a sostegno del sì: non hanno votato, non voteranno mai per questo Governo, non voteranno mai per me, ma manifestano la convinzione che hanno con argomenti di merito e questo dimostra chiaramente come su questa riforma ci sia una condivisione che va ben oltre i confini dell’attuale maggioranza. 

Allora, io consiglio di non cadere nella trappola di chi dice: “Non importa il merito, bisogna votare contro la Meloni”. Lo consiglio soprattutto a coloro che mi detestano. Perché, allora, intanto non c’è alcuna possibilità che io mi dimetta in nessun caso: io voglio arrivare alla fine della legislatura, e voglio farmi giudicare sul complesso del mio lavoro. Quindi, se non amate questo Governo, ma condividete la riforma, io consiglio di votare Sì anche se il Governo non vi piace; tra un anno, quando si andrà a votare alle elezioni politiche, avrete comunque l’occasione di mandare a casa il Governo. Però, intanto, indipendentemente da chi guiderà il prossimo Governo, avrete portato a casa una giustizia riformata, più giusta, più efficiente, più meritocratica e più libera. Se invece voi votate no, vi tenete questo il governo e vi tenete pure una giustizia che non funziona. Non mi pare un affarone, posso dire. Non è un grande affare.

E in ultimo, guardate, la riforma non serve a me, non serve al Governo. La riforma serve ai cittadini, a tutti i cittadini, anche a quelli che non mi votano, anche a quelli, appunto, che mi detestano. E se non passa stavolta, molto probabilmente noi non avremo un’altra occasione. E allora ci ritroveremo correnti ancora più potenti, magistrati ancora più negligenti che fanno carriera, decisioni ancora più surreali sulla pelle dei cittadini, che incideranno sulla vostra vita ogni giorno. Immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, che mettono a repentaglio la vostra sicurezza; antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza giudiziaria; milioni di euro risarciti per ingiusta detenzione, o spesi per processi tanto mediatici e inutili, che vengono pagati con i proventi delle vostre tasse; figli che vengono strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita se vivono in un bosco, quando nessuno dice o fa nulla di fronte alla realtà di bambini mandati a rubare o a fare accattonaggio.

Penso che il referendum sia anche l’unica occasione che i cittadini hanno – e per cittadini intendo tutte le persone di buon senso, di destra e di sinistra – di dire a gran voce che non sono d’accordo con queste sentenze surreali, che mettono a repentaglio la loro sicurezza e che disegnano uno Stato che pretende di essere perfino proprietario dei tuoi figli. Perché quando non siete d’accordo con la politica lo potete dire, lo dite in libere elezioni, cambiate governo, colpite i partiti politici, ma lo potete dire. Quando invece pensate che la giustizia non sia funzionando non potete fare niente. Nessuno può fare niente, salvo stavolta. Quella che noi abbiamo il 22 e il 23 di marzo è una occasione straordinaria.

Allora, non dovete voltarvi dall’altra parte. Non stavolta. Non restate a casa, non disinteressatevi. Vi riguarda, tutti. Vi riguarda come singoli, vi riguarda come cittadini, vi riguarda come comunità. Perché noi ce la stiamo mettendo tutta per modernizzare questa Nzione, per farle voltare pagina, per consentirle di tornare a stupire il mondo. Però stavolta non ce la facciamo da soli, stavolta c’è bisogno di voi.

Cinque minuti. Il 22 e 23 di marzo, per entrare in una cabina elettorale, prendere una matita e tracciare una croce sul sì. Perché in quel segno c’è molto di più di una croce su un foglio: c’è l’idea di giustizia in cui crediamo, c’è il futuro che vogliamo lasciare ai nostri figli, c’è la fiducia nel fatto che noi possiamo cambiare ciò che non funziona, c’è il messaggio che non accetteremo che tutto rimanga sempre uguale.

Ci sono momenti in cui una Nazione deve sapersi guardare allo specchio e decidere se restare com’è o se provare a diventare migliore. E questo è esattamente uno di quei momenti. Allora, non restate a guardare, non giratevi dall’altra parte. Cinque minuti. Una croce sul sì. E insieme possiamo aprire una pagina nuova per la giustizia italiana e per la nostra Nazione. E dimostrare, ancora una volta, che quando gli italiani decidono di scrivere il proprio futuro – beh signori – non c’è niente che possa fermarli.

Vi ringrazio.

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